Osservare il reale sembra essere un’operazione più che normale, in arte. Tanto più se ci si esprime con un linguaggio ed una tecnica classicamente figurativi.
Il pittore bolognese Flavio Biagi stravolge questa considerazione, orientando la sua lettura verso un mondo talvolta dimenticato, più spesso abbandonato: quello industriale.

Prendendo come spunto vecchi edifici e struttire industriali, Biagi apre la sua arte ad una lettura spesso inquieta ed al tempo stesso futurista dei contesti rappresentati.
Sili, tubi, impianti e strutture divengono così forme e concetti su cui innestare una struttura tecnico-formale di grande impatto.
Giocando sui ruoli di forma e coore BIagi si pone nei confronti del reale con l’occhio indagatore di chi vuole comprendere l’essenza, ma la tempo stesso ne venga colpito così prfondamente da non riuscire più a staccarsene.

Barbacani (per prendere in prestito un’espressione di Buzzati dedicata proprio alle struttura industriali) realizzati a olio, acrilico, penna biro, china, tornano a vivere, così, nelle opere di Biagi, che si rivela essere un’artista a tutto tondo (é anche musicista).
Forme inquiete, che non sembrano aver mai concluso la prpria esistenza nonostante le ammaccature ele corrosioni del tempo divengono testimoni muti di un passato glorioso, che Flavio Biagi coglie e rappresenta con l’occhio del fotografo ed il sentimento del poeta.
Un pittore da scoprie ed apprezzare con cui diviene semplice dialogare e confrontarsi, per scoprire che, anche dietro un freddo ammasso di ferro e tubi esiste e resiste un’esistenza da preservare.

Michele Govoni
giornalista, critico d’arte