Enrico Menegatti

L’arte di Flavio Biagi.

La prima sensazione nello scrutare l’opera Biagi è di freddo. Freddo intenso e gelido. Freddo dell’animo. Le anonime rappresentazione moderne di “Barbacani” non sono solamente macchinari industriali reinterpretati nell’accezione di Dino Buzzati. Sono l’uomo moderno, la società in cui si muove. Intensa, veloce, disgregante: vortice intenso di passioni ed emozioni vissute tutte insieme. E per questo, senza assaporarne il gusto, diventano fredde e anonime, contorte e distaccate, confuse e imprecise. Leggendo tra le righe, trasformando lo sguardo di passaggio alla visione d’insieme, l’energia negativa del mondo che avvolge questi giganti privi di anima impatta contro la propria emotività. Dopo lo straniamento, però, i colori fiochi si trasformano da forme aguzze e frastornate a precise identità casalinghe. In fondo, non è questo il nostro ambiente? Non sono queste le forme, i materiali, la vita che ci circonda? Ma la domanda più assillante si basa sulla natura del disegno. Perché mai un volto, mai una forma umana, mai un’azione animata? Perché nulla che trasudi cellule di vita o di speranza? Chiara e semplice come la sua arte. La risposta risiede nei giganti abbandonati da tempo, giganti lontani e forse in movimento. Il volto delle macchine è quello dell’uomo, spazzato via nella sua umanità della modernità dirompente, da quel fondo di verità primordiale per diventare inumano e per questo senz’anima o con un’anima fredda, di ferro intaccabile e deturpabile dagli agenti atmosferici. Il cuore non batte più, la macchina non pulsa più, il freddo è pungente, il calore scollante da quel corpo diventato macchina e allo stesso istante privo di una vera identità primorda.

Enrico Menegatti
giornalista www.allmediaweb.it