Margherita Garzya – Bologna Cult

Fabbriche e pianura. Fabbriche e cielo. Fabbriche ed umidità. Fabbriche e nebbia. Fabbriche e fumo, tanto fumo. Fabbriche. Ed operai che vanno a lavorare quando gela o con il rovente sole d’estate. Ed operai che fanno una vita dura, in mezzo all’acciaio. Un bambino abita proprio lì, nel ferrarese, avvolto in questo paesaggio. Quei grandi contenitori lui li respira, li guarda, li sente. Li indaga, all’alba quando si sveglia e al tramonto quando il cielo si tinge di rosso. Questi scenari fanno parte del suo quotidiano. E così, piano piano, impara ad amarli (ne è rapito) ma anche a   metterli in discussione (si pone delle domande), talvolta, ad odiarli. Da adulto comincia sempre più a riflettere su quelle ciminiere. Quel contesto va assolutamente catturato, capito, scoperto, vissuto. E’ parte della sua esistenza. Lui non esita, non rimane a guardare dalla finestra. Sempre più, entra dentro quelle improbabili geometrie, le studia. Inizia a fotografarle, poi a raffigurarle pittoricamente …

E si fa artista, pittore, raccontandocele. “Ricordo il rumore di fondo continuo dell’impianto principale ed i colori verdastri delle sostanze chimiche sul cemento”: sembra dirci. Nel rievocare le sue fabbriche ferraresi, ormai scomparse, quelle che hanno segnato indelebilmente la sua crescita personale e d’artista, Flavio Biagi, pittore bolognese, oltre a voler preservare quei contesti nella memoria degli abitanti futuri, ci presenta un mondo lontano (o vicino) che ci appartiene. Un mondo che è vivo ma che è anche morto. Un mondo che soffoca, che inquina, che è lontano dalla natura ma che è immerso in essa. Quei particolari stabilimenti della pianura padana (già raffigurati nelle tele di De Chirico), nella pittura raffinata di Biagi divengono strutture dove si respira e si riprende il valore antico di una tecnica pittorica ricercata. Nei suoi quadri l’uso del colore, di una certa malinconia divengono tutt’uno con il lavoro di un’ermeneutica che si fa lenta, simbolica. Alcune sue opere ricordano quelle di Morandi. Biagi cita volutamente l’importantissimo artista bolognese nei suoi Ampolla ed Ampolle (lavori raccolti in Involucri) e lo ricorda anche nei suoi Eremi (quadri reperibili al sito: https://www.flaviobiagi.it/).

Il lavoro di Biagi, apparentemente freddo, è in realtà un lavoro caldo che indaga la società, l’ambiente, la materialità da un punto di vista antropologico e storico. E’ un lavoro che si fa denuncia allegorica di un uomo-macchina, che invoglia la riflessione su un presente che è sempre passato (Involucri). Dunque, l’artista rappresenta una fabbrica assassina che è anche un rifugio materno, una fabbrica che rappresenta uno spaccato della nostra cultura italiana. La collaborazione più importante dell’artista bolognese, ad oggi, è quella con Rizzoli Editore, per la quale ha firmato la copertina dell’importantissimo romanzo di Eric Hobsbawm, La fine della cultura (2013).

Quella che vi invito a guardare (e non a vedere) è una mostra pittorica da non perdere, presente al Caffè della Corte in Corte Isolani 5/B durante la City Art White Night di sabato 25 gennaio (i quadri verranno esposti sia all’esterno che all’interno del Caffè). Subito noterete la pulizia fotografica delle opere di Biagi (Barbacani). Questi quadri non hanno nulla da invidiare alla collezione Mondi industriali 2014 che potrete ammirare al MAST.

Margherita Garzya
Bologna Cult – www.bolognacult.it